Un lupo ritenuto «responsabile di ripetuti attacchi al bestiame» è stato abbattuto oggi nell’area di Marebbe, come comunicato dalla Provincia di Bolzano. L’intervento è stato eseguito dal Corpo forestale provinciale, con il supporto dei guardiacaccia, in applicazione del secondo decreto di prelievo emanato nei giorni scorsi. Il provvedimento era stato firmato venerdì 28 agosto dal presidente della Provincia Arno Kompatscher, dopo una serie di «predazioni al bestiame registrate sull’alpeggio Fojedöra». L’uccisione dell’animale segue di poche settimane quella di un altro esemplare nella stessa zona, avvenuta il 5 luglio. Secondo gli ultimi dati del Servizio Provinciale, nel 2025 sull’intero territorio dell’Alto Adige sono stati identificati geneticamente almeno 49 lupi (Canis lupus) differenti: di questi, 28 maschi e 21 femmine. Per quanto concerne il numero complessivo di esemplari nel 2025, in Alto Adige si può presumere una presenza minima di oltre 98 individui. Sulla base delle segnalazioni raccolte e in accordo con le province confinanti, in Alto Adige sono stati confermati 9 branchi. Inoltre, sono state accertate 8 coppie.
«Quello abbattuto a Marebbe è il quarto lupo ucciso legalmente in Italia dal 2025 – sottolinea Michela Vittoria Brambilla, presidente dell’Intergruppo parlamentare per la difesa degli animali e della Leidaa -: in tutti i casi, due nel Trentino e due in Alto Adige, si è trattato di iniziative politiche, irrispettose di qualsiasi seria considerazione scientifica, volte unicamente a compiacere le lobby controinteressate e propiziate, ovviamente, dal declassamento del lupo nella direttiva Habitat». E ancora: «È dimostrato che gli abbattimenti non servono. Non solo da studi condotti negli Stati Uniti, ma da quanto è accaduto proprio nel territorio di Marebbe. Il 5 luglio fu prelevato il terzo lupo di questo triste elenco e le predazioni sono continuate. La risposta ai problemi posti dalla convivenza con la fauna selvatica non è certo lo sterminio indiscriminato. Purtroppo l’atteggiamento nei confronti della fauna selvatica, e dei grandi carnivori in particolare, è sempre lo stesso: se una specie o uno o più individui danno fastidio, o si pensa che possano dare fastidio, semplicemente si autorizzano gli spari, senza tenere in alcun conto considerazioni etiche e scientifiche».
Anche le associazioni animaliste tuonano contro la decisione di abbattere l’animale. «Consideriamo quanto accaduto un atto crudele, ingiustificato e ingiustificabile», dichiara Giusy D’Angelo, presidente nazionale Enpa. «È una decisione politica che viola la scienza e la tutela di una specie particolarmente protetta e che, ancora una volta, sceglie l’uccisione rifiutando la strada della prevenzione. Nessuno – aggiunge – può arrogarsi il diritto di trasformare il rapporto con gli animali selvatici in una mattanza dei predatori». Sulla stessa linea il Wwf Italia, che ricorda come nelle settimane successive al primo abbattimento siano state sì accertate altre 11 predazioni sul bestiame nella medesima area, ma che proprio questo dovrebbe indurre la Provincia a interrogarsi sull’efficacia dell’approccio adottato. «Se dopo la rimozione di un lupo le predazioni proseguono, è evidente che l’abbattimento non è una soluzione efficace per risolvere il problema», dichiara Gianluca Catullo, responsabile specie e habitat dell’associazione del panda. I mezzi incruenti per prevenire i danni causati dagli animali selvatici «devono sempre essere implementati prima di fare ricorso ai fucili – evidenzia invece Federico Crisetig, responsabile Area animali selvatici della Lav -. Gli allevatori, però, non disponevano di alcuna misura per proteggere gli animali che sono stati predati dai lupi». Quanto accaduto richiama l’importanza di riflettere sulla coesistenza possibile tra l’uomo e il lupo, a partire da azioni di prevenzione e rispetto, per evitare conflitti economici e culturali. Recenti studi dimostrano non solo come gli abbattimenti non garantiscano efficacia nel diminuire i danni agli allevatori, ma anche come sia impossibile su aree così vaste che l’intervento sia effettivamente mirato sull’animale ritenuto responsabile delle predazioni. E ancora, in caso di incontro con l’uomo, i lupi tendono a dileguarsi senza manifestare comportamenti aggressivi. Servono, quindi, investimenti per sensibilizzare sulla corretta gestione degli animali al pascolo e in alpeggio e sul monitoraggio degli eventi di predazione. Non interventi emergenziali che, spesso, aumentano solo infondate paure e vengono spesso strumentalizzati nel dibattito politico per dividere l’opinione pubblica. Nel caso specifico, secondo la documentazione resa pubblica e richiamata dal Wwf Italia, emergono «interrogativi sia sull’adeguatezza delle misure di prevenzione adottate nelle malghe interessate dalle predazioni, sia sull’iter seguito dalla Provincia. Quando è stato emanato il primo provvedimento, gli allevamenti interessati dagli eventi di predazione risultavano essere privi di recinzioni elettrificate, cani da guardiania o altri specifici strumenti di protezione del bestiame. E nulla è cambiato dopo l’abbattimento del primo esemplare».
La politica italiana ed europea ha avviato nei mesi scorsi una storica svolta sulla gestione della fauna selvatica, approvando il declassamento del lupo da specie «rigorosamente protetta» a «protetta». In Italia, in particolare, il declassamento è stato approvato in via definitiva dal Senato l’11 marzo 2026. Questo cambiamento normativo – fortemente criticato dalle associazioni ambientaliste e da molti cittadini – semplifica l’iter per l’adozione di piani di contenimento e quote di abbattimento mirate nelle aree di massimo conflitto con la zootecnia, pur non rendendo il lupo un animale cacciabile.
(permane il vincolo di protezione previsto dalla «Direttiva Habitat» e dalla legge 157/92). (CORRIERE DELLA SERA)
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