Musica, che Rete sarebbe senza YouTube?

La piattaforma illustra, dati alla mano, il proprio contributo concreto all'evolvere del mercato della musica. L'industria, nonostante la riduzione del danno della pirateria, risponde denunciando il value gap.

YouTube, di fatto la prima piattaforma per la fruizione di musica on demand, sta tentando di dimostrare al mondo che il proprio successo, alimentato dallo spirito di condivisione della community e dalla varietà che ne consegue, rappresenta un valore per il mercato della musica, anche per i membri di un'industria che si sta schiudendo a nuove strategie di mercato, ma resta convinta dal fatto che certa parte della Rete vada ancora addomesticata, che la spontaneità dei comportamenti degli utenti non possa essere sfruttata dagli intermediari lesti a prevederne i risvolti e metterli a frutto.La piattaforma di sharing ha così commissionato a RBB Economics un'indagine sul mercato europeo, basata su dati interni e su un campione di utenti in Germania, Francia, Italia e Regno Unito: la prima pubblicazione è dedicata ad indagare l'eventuale cannibalizzazione operata da YouTube rispetto all'intrattenimento generico, a servizi di streaming concorrenti e rispetto alle fonti di musica condivisa illegalmente, rilevando come YouTube giochi un ruolo determinante nell'alimentare il mercato della legalità.Agli utenti intervistati è stato chiesto di immaginare un mondo senza la componente musicale di YouTube: seppure con variazioni fra le nazionalità dei soggetti intervistati, emerge che il tempo dedicato alla musica su YouTube verrebbe per la maggior parte investito in altre attività, che nulla hanno a che vedere con l'ascolto. A sostituire l'intrattenimento garantito dalla musica su YouTube penserebbero altri servizi per cui la musica è più o meno collaterale, dalla TV alla radio, passando per le clip video online non musicali, canali che all'industria della musica garantiscono un minor valore rispetto al Tubo. È vero però che i consumatori di musica su YouTube si sono dichiarati disposti a investire in nuove sottoscrizioni a piattaforme di streaming, ad acquistare prodotti fisici e di brani in download, piuttosto che ricorrere alla pirateria o rifugiarsi nei servizi di cui già sono utenti o nell'ascolto di musica già posseduta.Tuttavia, e pur ricordando la difficoltà dell'ottenere risposte veritiere nel sondare i comportamenti pirata, lo studio sottolinea che, se YouTube smettesse di offrire musica, il tempo trascorso nell'ascoltare musica condivisa illegalmente aumenterebbe del 29 per cento: un dato che si ritiene possa dimostrare che "YouTube sia un sostituto della pirateria".L'analisi condotta da RBB Economics procede poi ad analizzare la reazione all'indisponibilità un bacino di 5mila brani su YouTube, bloccati per motivi di violazione di copyright lungo un periodo di tre anni. Il campo di prova è quello tedesco, terreno di scontro fra la piattaforma e i detentori dei diritti fino al novembre 2016, quando GEMA ha stipulato con YouTube l'accordo che ha consentito di ripopolare il Tubo di musica: lo studio non rileva correlazioni significative, se non per la piccola porzione dei brani di media popolarità, che totalizzano più riproduzioni sui servizi di streaming qualora su YouTube siano stati bloccati. Per il resto, non sembra esistere alcuna prova del fatto che agire con Content ID preferendo il blocco alla monetizzazione spinga l'utente a fruire dei brani su piattaforme che contribuiscono al fatturato dell'industria della musica.YouTube, dati alla mano, proclama dunque di avere "un effetto espansivo sul mercato, non un effetto di cannibalizzazione", ricordando peraltro di aver contribuito a retribuire i detentori dei diritti sulla musica con un miliardo di dollari maturato con l'advertising, solo nel 2016. IFPI, a rappresentanza dell'industria della musica, bolla tuttavia la ricerca commissionata da Google come una operazione di marketing volta a "distrarre dal fatto che YouTube, sostanzialmente il maggiore servizio di musica on-demand nel mondo, non ha in realtà accordi di licenza per la musica basati su un principio equo e sulla compensazione adeguata di artisti e produttori, affermando allo stesso tempo di non essere responsabile per la musica che rende disponibile". Il punto su cui preme l'industria resta quello del value gap, vale a dire la sproporzione tra il successo in termini di consumo e l'esiguità dei profitti per i detentori dei diritti, inimmaginabile secondo i canoni del mercato del recente passato; resta la posizione in Rete di un soggetto come YouTube, nato senza strutturazione ed evoluto fino a detenere un potere negoziale tale da scompaginare le logiche della tradizionale catena del valore dell'industria musicale, rischiando, secondo IFPI, di "ostacolare lo sviluppo sostenibile e sano del mercato digitale della musica".
Fonte PuntoInformatico

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